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Casa
del
Vino
Degustazione vini - Piccolo buffet
- Brunch |
Suono di vino di Afo Sartori
per gentile concessione dell'Autore
Le idee hanno sete: in quattro
paroline la forza di un sillogismo, l'essenza di un minisaggio, una nitidezza
lunare.
La seducente frase, autobiografica, proviene da Mario Tobino che trasforma le
idee in libri mentre placa una sete inesausta con frequenti brindisi: mai,
naturalmente, nei bicchieri colmi d'acqua della "signorinella
pallida". Me la faccio prestare poiché a mia volta esempio di attitudine
alla sete, e perché amo il jazz che so bisognevole di persistenti irrorazioni
d'idee a rivitalizzare cloni ancestrali, perciò assetato come una canaglia.
Il jazz ha sete: ossia ne hanno gli artisti che a questa mirabolante esperienza
estetica si sono dedicati. Non per nulla Steve Potts, sassofonista celebre nei
gruppi di Steve Lacy, alla domanda "Do you like the wine?"
risponderà: "Music and wine the best composition". Si era
nell'intervallo di un concerto bellissimo, gli offrii del vino che già avevo
consigliato all'amico barista e che teneva per me e pochi altri
"eletti": un "Veneroso", credo il miglior vino dei miei
luoghi viticoli pisani, prodotto da Pierfrancesco Pesciolini. Ecco nato un
accostamento spontaneo; da allora ascoltando Potts accompagno la musica con
questo vino, se posso.
Il jazz: splendido animale notturno; e nella notte... sai... si può peccare,
insomma non sembra proprio adatto alle "figlie di Maria", e si sa
inoltre che predilige liquidi ben oltre la gradazione alcolica del vino.
Tuttavia l'aforisma di Potts potrebbe risultarne addirittura il migliore
epitaffio lapideo se gli americani avessero solo scoperto Bacco prima di Jack
Daniels. L'esperienza di passabili frequentazioni su entrambe le libanti sponde,
ivi comprese scappatelle sulla spiaggia dei ponci, m'induce a puntare sul vino
quale liquido decisivo a supportare il godimento artistico. Del resto prima di
me lo sapeva benissimo il "Cigno di Busseto" componendo "La
traviata".
Il sommelier è quel sublime e indispensabile "maître à penser"
curatore amoroso di accostamenti vino cibo per la gioia - e le infinite
emozioni, come direbbe il grande Gigi Veronelli - di commensali dal gusto
educato. Allora perché non inseguire "gli accoppiamenti giudiziosi"
conseguenti un appassionato "embraceable you" fra cantina e jazz?
Anche perché non vi è legge veruna che porti scritto del vino quale
coabitatore di chicche materiali e non anche oniriche. Accompagnare invece di
una bistecca un "mood".
Ecco allora dei "contrappunti" messi a frutto per .... Mille e una
notte... evitando, s'intende, Baghdad con quella sua religione astemia e
manesca. Evitando altresì la seriosità generalizzata che troppe volte toglie
spiritosità ai piacevoli argomenti, privilegiare una frivolezza non rigorosa e
l'effimero al definitivo e la facezia al dogma; e un'"aura" di
divertissement.
Presiede l'arbitrio, l'istinto, una vibrazione, un trasalimento, un profumo
vago, un indizio di feeling, una "madeline" come in Proust, o più
banalmente il solito vecchio album ritrovato incappando nella farfalla della
rimembranza. D'altronde l'uomo abita nella propria memoria, e mentre rievoca
rivive.
Perfino accostamenti automatici, per affinità filologica, come il coincidere di
un nome: ascoltando Jack Montrose, un non infame tenorista noto (agli iniziati)
ai tempi del jazz californiano, come fare a non berci su uno "Chateau
Montrose"?
Mulligan e il vermouth
Arbitrario, ma familiare rasente
l'istintività, sarà coniugare l'insigne baritonista Gerry Mulligan al vermouth
- mentre meriterebbe la luce bionda di un eccelso "Chardonnay" - per
il ricordo di una richiesta bislacca finita in un personale catalogo di gaffes
storiche (a peu prese quella leggendaria di Mike Bongiorno: "Ahi, ahi, ahi
signora Longari, mi è scivolata sull'uccello"). Si era, poco più che
bambinacci, una trentina ahimè d'anni addietro, a un concerto di Mulligan
allorché il vecchio Bighe, capomastro jazziolo della prim'ora, in un anfratto
di silenzio si alza in piedi e urla: "Gerry suonaci 'Moonlight in Vermouth'";
in una parafrasi involontaria in mezzo a un infuriare di fou rire. Si sa che
quella celebre ballata trattava sì di un chiar di luna, nel Vermont però.
Un musico di ritrova abbinato ad un vino, dentro un catalogo personale e
indipendente di predilezioni, per certe coincidenze o perché si sono prodotti
eventi che fanno vana la fisiologia, del resto qui impossibile, di un
abbinamento. Magari rispetterà, una vaghissima filosofia caratteriale: ma
sempre fuori degli schemi: là dove sovrintende il capriccio.
Per trame estremamente polimorfe e spericolate e fortemente innovative, per
caparbia consapevolezza del ruolo anche politico della musica come fatto
sociale, per l'impegno culturale con pratiche pedagogiche, per la sua presenza
presso tutti gli snodi e gli svincoli e i crocevia artistici e umani, Giorgio
Gaslini apparirà fra i protagonisti del jazz italiano ed europeo il meno
istintivo, in una musica dove l'istintività conta non poco. E sebbene le sue
"reflections" fra jazz e conservatorio, Monk e Schumann e Ayler,
dipendano essenzialmente da sogni innamorativi improvvisi, viene percepito come
il più altero e accademico e "baronale". E' un po' la posizione di
colui che cerca d'introdurre nel proprio lavoro ricerca e approfondimento
critico - con i quali, fra i primi, ha tratto il jazz nostrano fuori dai suoi
pelaghi di desolato provincialismo - e viene scambiato per
"cattedratico". La sua musica sempre molto colta mette un momentino in
soggezione, e naturalmente anche l'uomo. Viceversa Giorgio ha il talento
dell'immediatezza nell'arto come nella vita, con fasi anche molto voluttuarie:
gli piace stare a tavola con gli amici e il vino, discorrere di politica e di
musica ma anche di varia umanità con abrasivo disincanto. Molto sogno e molta
vita insomma.
Evade ora dal nido della memoria un pranzo fungaiolo a Borgotaro, dove Giorgio
ha casa, lo ricordo allietato da un buonissimo "Grignolino" fermo, di
casa "Viarengo" se non sbaglio. Fatte le proporzioni in relazione allo
standard qualitativo, per questo artista si richiederebbe un vino più vicino
alla vetta nella scala dei valori. E ne avrebbe uno addirittura tautologico: il
"Giorgione" di "Villa Fiorita", una griffata
"barbera" elevata in carati, diversi gradini oltre il
"casual" "grignolino". Ma spesso bastano pochi stracci di
prassi come si deve per dissipare scontrose teoriche.
Lacy e il Morellino
Eccetto qualche sfumatura che
ometto per irrilevanza e ovvietà, la disposizione dei pensieri
soprastanti vale per un altro grande jazzman costantemente su standard
qualitativi elevatissimi: il sopranista Steve Lacy.
La cortesia di questa persona sobria, il cui aspetto, a partire dai prediletti
marron, appare paradossalmente per niente dissimile da un travet, ci
condurrebbe, se i nomi contano qualcosa, a Gavi. Ma fummo commensali, prima di
un concerto, in terra etrusca, in una trattoria di Campiglia Marittima e un
"Morellino di Scansano", fattoria "Le Pupille" risulterà
scelta obbligata fra il numero striminzito di etichette, talune da.... salto nel
buio. L'obbligo forse non fa felici nemmeno l'obbligante - per forza, si dice
dalle mie parti, non viene nemmeno l'aceto - talvolta però, come in questo
caso, si applaude volentieri l'eccezione che conferma la regola. La squisitezza
del vino, pari soltanto a quella del jazzman, il candore della tavola, il posto
pulito e illuminato bene - per dirla con Hemingway - conferma ogni diceria sui
benefizi che una tale situazione reca all'animo. Non so se ciò fu poi concausa
di una prestazione musicale strepitosa, colma di una sorta di mistero ipnotico
della creazione, in coppia con Mal Waldrom in mezzo a soffi di affinità
chimerica. Peccato davvero che Mal a tavola bevesse birra: troppo, troppo in
contraddizione col suo pianismo di velluto.
Dizzy, frizzi e il Vermentino
Dizzy Gillespie, grande vecchio
del jazz, risulta un "tapis roulant", una pietra d'inciampo per il
luteranesimo intellettuale che abbonda in molta critica. Viene discussa non già
la sua musica riconosciuta unanimemente immortale, bensì l'uomo, in una troppo
disinvolta scissione. La sua concezione del mondo scansonata e libera, quel suo
gusto di giocare con la vita e con l'arte a cominciare da quella sua
"stramba" tromba telescopica e birichina, sorridendo assai
maliziosamente cede a ogni civetteria, la più istrionica e guitta sorretta da
un'inesauribile verve votata ad un "entertainement" assolutamente
dada. Ciò ha scombussolato non poco certe idee ricevute circa la condizione
umana dei neri d'America, i quali dovranno ritrovarsi soggiogati dal retaggio di
mille angherie sofferte in schiavitù, dalla frusta alla forca, fino allo
squallore quotidiano fra i più sinistri nei ghetti metropolitani. Fenomeni
mitopoietici raccolti regolarmente dal blues e dal jazz, massime espressioni di
quella cultura. Il dolore nel jazz è un tabù che non si tocca, come la
verginità della Madonna in parrocchia, secondo la migliore cattiva coscienza
dell'occidente, e una vocazione a slittare nello psicodramma.
Ma Dizzy è un meraviglioso frivolo cui si addice un vino frivolo. Affermazione
desunta da un pranzo cagliaritano dove sedeva con quell'aria di "mangiamo,
beviamo, cantiamo e crepi la malinconia". Non si può dimenticare il
convinto e godurioso libare a gotture sensuali, in un tripudio di aragoste
adolescenti, di un incantevole "Vermentino", di Cherchi se non sbaglio
(ma da una certa età in poi la memoria sarà come la Patria nel Nabucco: bella
e perduta). con tanto di ruttino nipiolesco e abbiocco palpebrico eupeptico, in
un dormiveglia adorabilmente bambinesco.
Parker, Masaccio e Van Gogh
Eppure questo delizioso
scapocchione è assurto già vivente alla gloria imperitura dei classici. Si sa
che è stato, in una stagione difficile come l'ultimo dopoguerra, come lo sono
sempre i tempi di crisi e rinnovamento, l'artefice principale del
"be-bop": la rivoluzione culturale che cambierà il corso del jazz.
Qui il destino pone una delle sue rinomate trappole ponendogli accanto
quell'incomodo compagno di lavoro che fu Charile "Bird" Parker. Un po'
forse come capità al gusto tardogotico di Masolino da Panicale col Masaccio.
Parker, il più bohèmien, incarnerà l'epitome più precisa del dolore, della
disperazione dell'uomo nero disprezzato ed emarginato, dell'artista incompreso
nell'universo positivista americano, di una vita maledetta che non contraddice
l'espressione della bellezza, latore di una genialità venata di follie: alla
Van Gogh per capirci. Le follie di Parker giunsero a invadere anche il campo
manducatorio e bibente con un tale disordine da non fornire alcun riferimento
utilizzabile per un'ipotesi combinatoria. Dagli spasimi delle idee lo specchio
delle brame rimanda l'immagine del più assetato del reame; ma tracanna
sventatamente di tutto. Quantità industriali, e micidiali, di superalcolici,
una volta perfino della tintura di iodio: chi afferma per sbaglio, chi nel
tentativo di diluire una crisi d'astinenza.
Ma nel 1949 se ne venne in tournée nella vecchia Europa. A Parigi, sui ponti
della Senna e sui cornicioni della Madeleine, al Bois e agli Champs, e
soprattutto alla "salle Pleyer", quasi in pellegrinaggio presso
"La leggenda del santo bevitore", s'invaghì del vino francese,
folleggiandovi attorno. Se ne può dedurre che la sua musica può venir
meglio gradita se un vino francese carezza le papille gustative; ma che sia
grande, grandissimo come la sua arte: Bird volava a quote inusitate ai bipedi.
Virmiglio for Duke
In un riaffiorare oftalmico,
attraverso il diaframma violetto della nostalgia, Duke Ellington appare un bel
vecchio dal viso d'adolescente sensualmente distratto. Questo "uomo dai
mille suoni in cui suono è riconoscibile fra mille" non si è negato a
nessuna cima raggiungibile con un'orchestra jazz, perciò non gli sono state
lesinate le più osannanti aggettivazioni. Ci si è spinti fino a paragoni molto
illustri quali Debussy e Ravel onde rafforzarne vieppiù l'immagine. Lodevole
ma, si deve obiettare, la dignità compositrice appare per le meno analoga e che
si ascolti col medesimo trasporto tanto l'"Apres midi de un faune" e
il "Bolero" quanto "In a sentimentale mood". E dunque non si
negherà a nessuna meraviglia enoica, ai "cru" più maliziosi - per
bere i quali un comune mortale dovrà accedere ad un mutuo bancario - onde
armonizzare i colori pastello dell'orchestra. Ah... il Duca: sorridente
d'attenzioni soffici verso il colore del suono.
C'era in lui qualcosa di caldo, magari impalpabile ma capacissime di
testimoniare la ricchezza della vita. Questo uomo magico che usava la carta da
musica come la tavolozza di un pittore merita coloratissimi sapori mentre scorre
la sua musica. C'è chi ci ha pensato: se ami si potrà creare un vino portando
in mente una "sotie".
Nasce così il "Virmiglio for Duke": vino folle! L'autore è un tipo
strambo - detto con molto affetto e simpatia - di quella stramberia capace di
salvare il mondo dalla pericolosità dei savi: si chiama Gino Carmignani, detto
"Fuso", uomo dalla sete proporzionata alle idee: ossia senza umana
misura. Il "Virmiglio for Duke", che porta con orgoglio nell'etichetta
gli stessi colori rosso e blu dei vetusti, leggendari dischi della Columbia
vietati ai minori di quarant'anno, viene dai poderi di "Fuso" in
Cercatoia di Montecarlo di Lucca. Sembra un'orchestra di uve, un manicomio
enologico di contrasti che si armonizzano. Un vino pieno di swing. Ce ne fossero
di questi manicomi!
La genesi di queste traveggole, costituitesi in gregge di parole in marcia verso
il suo ovile, la si rintraccia in una telefonata di un'amica: "Ho ruscolato
un avvenente 'Sauvignon', se vuoi venire porta qualcosa, ma non il solito ragno
(branzino a Pisa) oltretutto m'è impazzita la maionese". Si rivelerà un
episodio ad hoc per i congegni di una fumisteria alquanto blasè. Corro con un
disco di un pallido poeta bianco: Chet Baker. Disco che conteneva "Fine and
Mellow", giacché mille esercizi suggerivano all'istinto fosse tale il
"Sauvignon" scalda anime in ghiaccio, poi... dissolversi...
evaporare... sparire... perdersi.
Armstrong e il Barolo
Può anche, attualmente, sembrare
paradossale e confuso che un sincero democratico quale si reputa il
sottoscritto, confessi candidamente che sarebbe per ripristinare la monarchia.
Beninteso una monarchia assoluta, molto anacronistica, molto romantica e
inevitabilmente molto kitsch, alla grande maniera magari di Ludwig II di
Baviera. Oggigiorno s'incontrano solo "Re" turistici e di massa, da
inclusive tour e dopolavori charter, o peggio ai livelli più deprimenti e
sgangherati del supermercato: il "re dei biscotti", il "re della
marmellata"; mah... non cascano le braccia? E vengono coinvolti al
supermercato addirittura gli scettri mitici del jazz e del vino. Si conoscono
bene, ci sono stai tramandati: Louis Armstrong "Re del jazz"; il
"Barolo" "il Re dei vini, il vino dei Re". Meglio disfarsi
di questa convenzionalità che fornisce una similarità prêt a porter di scarsa
fantasia. Non mi pare poi che il "Barolo" possano sposarsi
dignitosamente con Satchmo, così effervescente , candido, ridanciano.
Ascoltando un suo "Saint Louis Blues" è d'uopo far saltare subito
invece un tappo di "Champagne", millesimèe è ovvio, magari "Dom
Perignon": popolare (si fa per dire) almeno quanto Armstrong.
Accendi viceversa il camino - dacci anche oggi il nostro uscio spalancato da
sfondare - mentre fuori, nella notte, picchia una sizza senza misericordia e
scaraffa un bel "Barolo", che so... um Bartolo Mascarello... un
Monfortino... Nel frattempo il rapsodico tenore di Coleman Hawkins suonerà un
brano ch'è tutto un programma: "Body and Soul"; oppure il soffio di
Bem Webster o perfino un Don Byas d'annata, e aspetta - beato te - a che ora
farà giorno.
Per questa via, scorsi un po' di tenoristi della classicità, potremmo
apprestarci alle lusinghe di quelli della classicità moderna, per così dire.
Subito Dexter Gordon, l'inarrivabile Dale Turner di "Round Midnight"
di Tavernier, ma scenderei dal Piemonte alla Toscana: e mentre lo splendore di
un sax sdipana la colonna sonora, una bottiglia di un vino rinato come il
"Chianti" si apre ad una breve vita di meteora: un ottimo
"Chianti" però: "San Paolo in Rosso", fedele alla
tradizione... rinnovatrice un piacevole ossimoro) come il be-bop di Dexter.
Simpaticamente "Chianti" anche per la generazione successiva, dove
giganteggia "Saxophone Colossus" ovvero Sonny Rollins. Dovrà
risultare però un vino più innovativo, meno austero sebbene non troppo gaio
possibilmente con tracce erbacee. Non c'è da percorrere troppa strada: basta
trasferirci nell'attigua fattoria del "Castello di Ama". Più
complicato rimediare un vino affine al gusto meno scapigliato di "Pres"
Lester Young. Ossia del musicista che scarvoltò il sound del saxtenore
liberandolo dall'obbligo di una rotonda opulenza per inventargli uno stile
assolutamente "dry". Risultando anche parecchio storico e dinastico,
lui nero, per un numero enorme di nipotini bianchi: Stan Getz, lee Konitz, Paul
Desmond, figure centrali dell'estetica del "cool jazz". Accordo "These
Foolish Things", capolavoro dei "Pres" - siccome i nomi non
vengono mai per caso - con "Terre di Tufo" capolavoro di Teruzzi e
Puthod, vino che dopotutto ha rivoluzionato la "Vernaccia". Le torri
di San Gimignano come le "mille luci di New York": magnifico!
Proust, Orzata e il Sassicaia
Ma intanto mentre completavo
un'educazione sentimentale abbastanza strabica fra letteratura e jazz (appunto:
"J'ai deux amours", come la Johsephine Baker) - fra Proust e "Reminiscing
in Tempo" (guarda caso) di Duke Ellington; fra la "The waste
lande" di Eliot e "Night in Tunisia" - a distanza dagli anni di
scuola vissuti male in mezzo a professori con l'orbace conservato in naftalina,
impartitori di demenze come fondamenti basici della formazione culturale, e
professoresse tronfie e stronze e astemie, talora venivo visitato dai conforti
della poesia nelle ore inconvulse: in molto differenti guise, anche nella forma
poeticamente un po' "autre" della bottiglia. E motivi d'incartamento
s'installavano nell'extrasistole producendo momenti indimenticabili. Forse nei
primi freddi giorni del '73, o l'anno dopo, viene a trovarmi l'oggi assai
compianto amico Roberto Petragli, dal nostro affetto soprannominato
"Orzata" per ironia d'antitetiche predilezioni liquide: alcoolòmane,
tarpinatore di felling, corto circuito. Aveva scoperto un vino
"nuovo": il "Sassicaia"! Anche la mia stanza "non ha
più pareti", come in un celebre refrain, abbattute dalle note del "Concierto
de Aranjuez" cesellato dalla tromba di Miles Davis. Esalava nell'aria
un'indicibile tensione commotiva che si spappola nell'incantesimo surreale
allorchè il carceriere tappo libera, disperde i profumi dell'illustre
prigioniero detenuto nella bottiglia. E perviene a un esito di catarsi.
Da allora un fantasma, un'iperbole scostumata mi ha inseguito: un concerto di
Miles Davis - prima della svolta, qualcuno dice sbandata, elettrica s'intende -
nelle cantine dove il "Sassicaia" prende fattezze. Un po' come
successivamente accadrà con il jazz di Gianni Basso nelle cantine
"Bava" a Cocconato d'Asti. Ma l'impossibilità non ha cancellato
l'immaginata magia. Due afflati dissimili e distinti accomunati dalla
creatività e dalla tagliente sfida alla banalità: la poesia solare e soave e
lieta del vino, appena contraddetta dalla pensosa severità che ne visita la
stoffa madornale, incontra la lunare poesia del jazz di Miles. Il calore di un
vino che insinua dolcezza di vivere e i suoni gelidi e alteri di una tromba,
perduti in lontananze dense di malinconia da evocare la solitudine ontologica
dell'uomo, rasente la delicata tristezza di Giacomo Leopardi colma di una
fierezza poco caritatevole al mondo.
Coltrane e il Tignanello
Provvidi divulgatori di beozze
ottime costumano rampollare nelle citazioni assieme "Sassicaia" e
"Tignanello", malgrado il contrastare degli opposti timbri del
carattere. Ma c'è anche il contrastare degli opposti timbri del carattere. Ma
c'è anche un'impressionante coincidenza di affinità esteriori: in primis
l'acclamazione incontrastata degli intelligenti per l'originalità sperimentale,
le dirompenti novità stilistiche (si parva licet), la carica sconvolgente
presso i conservatori. Dietro c'è l'illustrissima casata dei Marchesi Antinori
detentrice effettuale della più cospicua mitologia reminescente lontane e
presenti militanze feconde nella vigna. E magari la mirabile fantasia dello
specialismo follemente applicato di un'eminenza (tutt'altro che grigia) come
Giacomo Tachis che dall'ombra delle cantine deflagra nella luminosità. E dietro
ci sarà pure la nemesi della rivoluzione culturale della contemporanea enologia
del nostro stivaluto paese.
La frustata iniziale del "Sassicaia" e il testimone passato al "Tignanello":
rivoluzione formidabile allorché compresa. Nel caso contrario si è perpetrato
più danni della grandine: fra strepitose esasperazioni e strilli arrivano sulle
nostre tavole prodotti che sanno poco di vino e parecchio di... falegnameria. Ma
ci vuole altro per cancellare i meriti. Pari pari, spiccicato, potremmo in
osmosi trasferire le medesime connotazioni empiriche di protagonismo avventuroso
e d'avanguardia nel jazz di John Coltrane, profeta riconosciuto e onorato
dell'ultimo scossone qualitativo ed emotivo ricevuto dalla musica afroamericana.
Come nel "Tignanello" attrae nel jazzman una preziosa attenzione nel
rifinire i dettagli con superba tenerezza artigianale. D'altronde ogni iniziato
avrà questo vino fra le... "My Favorite Things"; se non lo percepisce
addirittura come... "A Love Supreme".
Il Principe, Cleaver e Mingus
Se si è geni in un campo, si
avrà poi il diritto di ritrovarsi un po' "bête" negli altri? Domanda
largamente oziosa, per la quale difatti non si esige risposta. La genialità
appare un sistema di pensiero rifornitore di gran gente con facoltà di
suggestioni singolari e ineguagliabili, poi fatalmente pagate, quasi un bisogno
di punizione, col solito caratteraccio scostante e l'incapacità di comunicare
fuori del loro specialismo. Forse per questa ragione Eldridge Cleaver affermò
che "solo la genialità del jazz è capace di comunicare oltre le barriera
della razza e della lingua". Prendiamola per buona; certo anche la
genialità del vino del vino non scherza! Ecco due geni, due razze, due passioni
molto umane: essi possono suggerire artifizi altrimenti impossibili come
ascoltare un vino e sorseggiare una musica.
Ecco il Principe Alceo di Napoli Rampolla di Panzano in Chianti, dove la
proprietà è una valletta dolcemente declive di zolle grosse, egregie nel
confiscare il calore del sole e farlo vino, come nel verso augurale del poeta.
Gratificazione dello sguardo dopo un invece faticato accesso, volutamente
obliterato dall'assenza di qualsiasi freccetta indicativa della direzione:
"Così l'amerihani' un vengano a rompere i 'hoglioni" spiega il
Principe. Ma dando retta alle informazioni che i cortesi villici danno
smanaccando - "la prende per di qui", la vada per di giù poi tronchi
a sinistra" - si accederà facilmente al cospetto di questo Principe
rustico, in pantaloni di fustagno, un po' inzaccherati dalla mota della vigna, e
camicia a quadri, che accoglierà con ruvida mano proletaria tesa. Indubbio
retaggio di una dinastia vissuta senza monocolo: capisci subito che quest'uomo
ha associato il suo sangue alle sue opere. Non comunica comunque granché,
rispettando il copione del burbero restìo di parole, ma non può camuffare la
gioia e l'orgoglio con i quali mostra e illustra la cantina.
Ecco Charles Mingus, negro giallo da Nogales (Arizona), "beneath the
underdog" secondo autodefinizione. Figura centrale, riferimento di spicco e
obbligato circa un apporto di multiforme ingegno al multiforme corso dl jazz
moderno, così come il Principe Alceo lo è nel suo prelibato campo. Mingus
condivide col Principe lo spirito indipendente, il non conformismo nel condursi,
un dissidio col proprio tempo. Artista timido e insicuro della personalità
tormentata e dal carattere galleggiante tra stati collerici e momenti d'estrema
dolcezza. Posso agevolmente testimoniarlo: mi beccai dei "motherfucky",
tentando d'avvicinarlo anni e anni orsono, solo perché i giornalisti non sono
altro che questo. Qualche tempo dopo, a "Umbria Jazz", m'invitò a
salire seco sopra un pullman granlusso che, dopo un memorabile concerto in
piazza, riportava i musicisti da Todi a Perugia. Ebbene, bevendo a dire il vero
parecchie porcate, si diffuse in molte confidenze anche non richieste. Vallo a
capire il mondo!
Ora entrambi ci hanno lasciato, entrambi saranno magari all'opra loro su
committenza degli angioli: se mai è consentito all'affetto farsi retorica.
Mingus da dodici rimpiantissimi anni, Alceo appena dal recente maggio. Si tratta
di commemorarli come si deve e meritano. si prenda di Minsug "Epitaph",
l'ultima sua opera da titolo che la conta lunghissima; per Alceo si stappi un
bel "Sammarco", la sua sensibilità imbottigliata.
Il vino che verrà
Indipendentemente dagli esiti
della vendemmia il 1991 sarà una pessima annata per i passionisti del vino
d'"autore". Infatti poco prima di Alceo la medesima trista sorte, con
parecchi anni d'anticipo - troppi! - sulla media normalità, tocca ad un altro
di quei sublimi eretici fondamentali nel trarre la nostra enologia dal medioevo:
il grande e scarognato e generoso Giacomo Bologna. Dove l'aggettivo
"grande" non ha niente a che vedere con la ultraquintalesca stazza, ma
viene riferito all'intraprendenza, all'estroversione, la lungimiranza,
l'inventiva (trovando l'apposita coadiuvazione di Giancarlo Scaglione): prima di
lui la "Barbera" appariva popolata di pregi piuttosto grevi. Ci ha
lasciato mentre con la vita avrebbe ancora giocato, come sempre, offrendo la
faccia al vento e la gola al vino. Gran tempra di gaudente da parer maestro a
Epicuro; capillare attenzione ai piccoli e grandi piaceri dell'esistere con una
sofisticata raffinatezza che contrastava con le movenze un zinzino goffe
dell'obeso, ma non smentiva il franco e affabile diportarsi. E un'attenzione
esemplare all'amicizia e all'ospitalità: la sua mensa, luogo d'ininterrotte
godurie traboccante di rare leccornie, era sempre gremita di crapuloni di Restif
de la Bretonne (chiedendo venia). Lavoratore molto singolare: nessuna pigriia
sfaticata tipo romano o livornese, tutti ricci e gnagnere; gli si fiutava
addosso un amore per l'oziare svagato che non lo sottraeva da un muoversi molto
intenso, e tuttavia paradossalmente pervaso da orrore autentico per l'indaffararsi
trafelato e l'andazzo un po' yuppie e venale di molti suoi colleghi cui il
mercante la vince sul vignaiolo.
Trasmetteva poi vibrazioni pagane circa il sesso, concepito quale uno dei
piaceri irrinunciabili, dunque mondato dai perfidi effetti della seriosità. Vi
alludeva con distacco scanzonato o spirito di scherzosa arguzia richiamanti
ironia sottile, gaia licenziosità. Conoscendo l'uomo si potrebbe perfino
presumere cha la sua "Barbera" mossa, "La Monella", bandiera
di casa "Braida", altro non sia se no un vezzoso diminuitivo di
"mona". Poi, addirittura ha pensato di darle... un marito nel
"Bricco dell'Uccellone", mostro sacro esageratamente bono delle nostre
bottiglie.
Se le cose stanno così, l'abbinamento non lascia scampo, indica perentoriamente
Billie Holiday giacché, si è sempre detto, nessuno come lei ha cantato le
parole fame e amore. E perché una felice combustione interna la induceva a dire
sempre sì, rovesciando impeccabilmente i ruoli, a trascinare gli uomini nel
proprio senza badare troppo per il sottile. In analogia con la signora
Scorticarazzi: che tutto il giorno fa cose da pazzi sia coi vecchi che coi
ragazzi. Si, insomma, Lady Day era, detto fra noi, era.... un po' maiala...
meravigliosamente maiala.
Il filo tematico, ancora percorso da compiaciute allusioni, conseguenzia lo
starle a pennello anche nel vino gemello dell'"Uccellone", quel
paradiso liquido chiamato "Bricco della Bigotta". "Le donne
normali hanno una fica - sosteneva gustosamente Giacomo - le bottiglie ne hanno
due"! E difatti ha schiaffato quattro fiche (una per simmetria) stilizzate
sull'etichetta. Vedo tuttavia con la "Bigotta" il giradischi meglio
occupato dal già citato tenorsax Gianni Basso: incantevole balladeur e vecchia
quercia del jazz nostrale. Anche perché poi Gianni, figlio di una doviziosa
landa enoica, Asti, nottambulo incallito e gomito d'alacri ingranaggi e fecondo
come il suo sax, era un amico molto fraterno di Giacomo condividendone molti
punti fermi. Oggi è riverente alla sua memoria: requiescat in pace, vecchio
filibustiere.
Scavillando i personaggi ci si accorge che in fondo una risposta può sempre
ruscolare anche per le domande più astruse benché oziose. Ci si accorge che
sì, si può anche risultare "bête" ovunque quando si è reputati,
per esempio, "The Genius of Modern Music"!
Un Thelonius Monk goloso, in fregola, si alza dal piano, accenna qualche passo
di danza abbastanza orso, urla inesorabile e bambinesco: "Nellie! Ice cream!".
Nellie, consorte, amante, infermiera, e naturalmente anche un po' vittima, posa
il lavoro, il cucito, e accorre dolce, leggera, apprensiva, puntuale a sedare il
capriccio. Animo lieve e sacrificale che verrà ripagato, magari nel vale la
pena, da un sublime "Crepuscole whit Nellie". Quando non le intimava,
perfino in piena notte, di cercargli magari una feluca da ammiraglio, avido di
copricapo come era. Non è stato facile per nessuno convivere con la "bêtise"
di Monk, come non è facile per un vino accompagnare un gelato. Cacciatore
d'arcobaleni d'altri mondi, suonatore di note e di silenzi e di magiche
irresponsabilità, tutto spigoli, dissonanze, virate improvvise, deliri e
dolcezze infinte. Se non si trova un vino d'equilibrata blandizie cerchiamolo di
vena litigiosa. Purché si abbia sottomano un formaggio tutto spigoli e
dissonanze e qualche dolcezza recondita nel mezzo d'una vaga amarità. Tutto
suggerirà un "Souternes" poiché Monk può abbinarsi solo ad un
grandissimo vino. Ma se si rilutta a entrare in banca con la pistola, deleghiamo
alla ragguardevole funzione il nipotino Signor "Torcolato".
Ma a chi affidare, in questo tardo punto, un messaggio che racconti il vino e il
jazza nel loro "in toto" culturale fra istanze del progresso e le
esigenze della tradizione? Naturalmente a una sigla fortunatissima che per
trentacinque anni ha informato di sé il jazz moderno: "Jazz Messengers",
condotti da Art Blakey, batterista, capo carismatico, anzi demiurgo della
storica formazione. Figura affascinante e formidabile di "patriota"
del jazz, musicista di un'operosità e un accanimento ormai leggendari, custode
di un'operosità e un accanimento ormai leggendari, custode puntiglioso del
"modern mainstream" senza esserne il Cerbero. Sotto l'ala e l'egida di
Art i "Messengers" incedono verso l'avvenire evitando di arrestare il
tempo artistico, evitando di trascurare la tradizione. Non riconoscono i
progressi avvenuti né ammettono innovazioni se non consultano in precedenza la
filologia delle radici, se non li misurano coi momenti più felicemente
espressivi della strada, appunto, maestra. La ricerca artistica non si svolge in
un'area protetta da un muro claustrale, ma neanche infilando nei fili della
collana i paradigmi e i sofismi della frantumazione critica.
Ne sgorga una musica sipida, altamente piacevole, minuziosamente costruita per
favorire la spontaneità dei solisti, energica, scintillante, "stietta",
quasi naif. Musica che si ricollega in guisa di "pesce al mare" alla
stiettezza, la naivité, l'espressività di un vino eccelso: il "Grosso
Senese". E' questo una meravigliosa emeroteca delle effemeridi del
"Chianti"; e chiede alla barrique di non cancellare bensì di
conservare, impreziosite, le nobili caratteristiche di questa terra.
Nasce dai lombi di Silvio Fabiani, cantiniere gentilissimo del "Podere
Palazzino". E comincia la sua avventura fra i dileggi degli indigeni di
Monti in Chianti per l'inusitata potatura, atta invece a espellere dalla vite la
quantità dozzinale per offrire la cittadinanza alla qualità. Quando una cura
maniacale consente a quel particolare clone di uva Sangiovese, appunto
"Sangiovese rosso" di germogliare e maturare e sgravare in una vigna
di salottifere lindure.
Analoga fisiologia avvolge la cultura jazzistica di Max Roach, drummer di
ardenti battaglie civili e irripetibile caposcuola; con la differenza che
appetto ad una "perspectiva naturalis" di Blakey pone un afflato più
intellettuale, pur non dimenticando il punto di partenza. Grosso modo - e nello
stesso modo di propulsione indomita di una ricchezza trasmessaci dal passato,
eredità luminosa di tempi mai spenti - mi pare lo stesso rapporto che corre fra
il "Grosso Senese" e l'altra meraviglia rossa: "Le Pergole
Torte" del grande Sergio Manetti.
Il barocco, il Brunello e il palo
Che bere poi sulla tremenda
finezza armonica di Booker Little? Pendo dalla parte di un "Brunello di
Montalcino": il meno aggressivo della collezione "Biondi-Santi".
E che cosa con un pianista barocco come Keith Jarrett? Direi un vino barocco
come il "Maurizio Zanella". Un "Novelli", purché non troppo
da pizzeria, potrebbe umidificare il gargherozzo della gioventù mentre osanna
Herbie Hancock quando mostra certe sue sinergie rock.
Il diario sentimentale di predilezioni non finisce certo qui, si potrebbe
continuare per quanto è infinito il jazz, infinito il vino, infinite le notti.
Ma, giunti al pagliolo, mi sovviene la storiella di quel matto che si arrampica
lungo un palo, con un cartello in mano. Giunto faticosamente in cima vi scrive
qualcosa e riscende. Il dottore dei matti, roso dalla curiosità, sale a sua
volta faticosamente il palo per leggervi: "Fine del palo"!