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Suono di vino    di Afo Sartori 

per gentile concessione dell'Autore

Le idee hanno sete: in quattro paroline la forza di un sillogismo, l'essenza di un minisaggio, una nitidezza lunare.
La seducente frase, autobiografica, proviene da Mario Tobino che trasforma le idee in libri mentre placa una sete inesausta con frequenti brindisi: mai, naturalmente, nei bicchieri colmi d'acqua della "signorinella pallida". Me la faccio prestare poiché a mia volta esempio di attitudine alla sete, e perché amo il jazz che so bisognevole di persistenti irrorazioni d'idee a rivitalizzare cloni ancestrali, perciò assetato come una canaglia.
Il jazz ha sete: ossia ne hanno gli artisti che a questa mirabolante esperienza estetica si sono dedicati. Non per nulla Steve Potts, sassofonista celebre nei gruppi di Steve Lacy, alla domanda "Do you like the wine?" risponderà: "Music and wine the best composition". Si era nell'intervallo di un concerto bellissimo, gli offrii del vino che già avevo consigliato all'amico barista e che teneva per me e pochi altri "eletti": un "Veneroso", credo il miglior vino dei miei luoghi viticoli pisani, prodotto da Pierfrancesco Pesciolini. Ecco nato un accostamento spontaneo; da allora ascoltando Potts accompagno la musica con questo vino, se posso.
Il jazz: splendido animale notturno; e nella notte... sai... si può peccare, insomma non sembra proprio adatto alle "figlie di Maria", e si sa inoltre che predilige liquidi ben oltre la gradazione alcolica del vino. Tuttavia l'aforisma di Potts potrebbe risultarne addirittura il migliore epitaffio lapideo se gli americani avessero solo scoperto Bacco prima di Jack Daniels. L'esperienza di passabili frequentazioni su entrambe le libanti sponde, ivi comprese scappatelle sulla spiaggia dei ponci, m'induce a puntare sul vino quale liquido decisivo a supportare il godimento artistico. Del resto prima di me lo sapeva benissimo il "Cigno di Busseto" componendo "La traviata".
Il sommelier è quel sublime e indispensabile "maître à penser" curatore amoroso di accostamenti vino cibo per la gioia - e le infinite emozioni, come direbbe il grande Gigi Veronelli - di commensali dal gusto educato. Allora perché non inseguire "gli accoppiamenti giudiziosi" conseguenti un appassionato "embraceable you" fra cantina e jazz? Anche perché non vi è legge veruna che porti scritto del vino quale coabitatore di chicche materiali e non anche oniriche. Accompagnare invece di una bistecca un "mood".
Ecco allora dei "contrappunti" messi a frutto per .... Mille e una notte... evitando, s'intende, Baghdad con quella sua religione astemia e manesca. Evitando altresì la seriosità generalizzata che troppe volte toglie spiritosità ai piacevoli argomenti, privilegiare una frivolezza non rigorosa e l'effimero al definitivo e la facezia al dogma; e un'"aura" di divertissement.
Presiede l'arbitrio, l'istinto, una vibrazione, un trasalimento, un profumo vago, un indizio di feeling, una "madeline" come in Proust, o più banalmente il solito vecchio album ritrovato incappando nella farfalla della rimembranza. D'altronde l'uomo abita nella propria memoria, e mentre rievoca rivive.
Perfino accostamenti automatici, per affinità filologica, come il coincidere di un nome: ascoltando Jack Montrose, un non infame tenorista noto (agli iniziati) ai tempi del jazz californiano, come fare a non berci su uno "Chateau Montrose"?

 

Mulligan e il vermouth

Arbitrario, ma familiare rasente l'istintività, sarà coniugare l'insigne baritonista Gerry Mulligan al vermouth - mentre meriterebbe la luce bionda di un eccelso "Chardonnay" - per il ricordo di una richiesta bislacca finita in un personale catalogo di gaffes storiche (a peu prese quella leggendaria di Mike Bongiorno: "Ahi, ahi, ahi signora Longari, mi è scivolata sull'uccello"). Si era, poco più che bambinacci, una trentina ahimè d'anni addietro, a un concerto di Mulligan allorché il vecchio Bighe, capomastro jazziolo della prim'ora, in un anfratto di silenzio si alza in piedi e urla: "Gerry suonaci 'Moonlight in Vermouth'"; in una parafrasi involontaria in mezzo a un infuriare di fou rire. Si sa che quella celebre ballata trattava sì di un chiar di luna, nel Vermont però.
Un musico di ritrova abbinato ad un vino, dentro un catalogo personale e indipendente di predilezioni, per certe coincidenze o perché si sono prodotti eventi che fanno vana la fisiologia, del resto qui impossibile, di un abbinamento. Magari rispetterà, una vaghissima filosofia caratteriale: ma sempre fuori degli schemi: là dove sovrintende il capriccio.
Per trame estremamente polimorfe e spericolate e fortemente innovative, per caparbia consapevolezza del ruolo anche politico della musica come fatto sociale, per l'impegno culturale con pratiche pedagogiche, per la sua presenza presso tutti gli snodi e gli svincoli e i crocevia artistici e umani, Giorgio Gaslini apparirà fra i protagonisti del jazz italiano ed europeo il meno istintivo, in una musica dove l'istintività conta non poco. E sebbene le sue "reflections" fra jazz e conservatorio, Monk e Schumann e Ayler, dipendano essenzialmente da sogni innamorativi improvvisi, viene percepito come il più altero e accademico e "baronale". E' un po' la posizione di colui che cerca d'introdurre nel proprio lavoro ricerca e approfondimento critico - con i quali, fra i primi, ha tratto il jazz nostrano fuori dai suoi pelaghi di desolato provincialismo - e viene scambiato per "cattedratico". La sua musica sempre molto colta mette un momentino in soggezione, e naturalmente anche l'uomo. Viceversa Giorgio ha il talento dell'immediatezza nell'arto come nella vita, con fasi anche molto voluttuarie: gli piace stare a tavola con gli amici e il vino, discorrere di politica e di musica ma anche di varia umanità con abrasivo disincanto. Molto sogno e molta vita insomma.
Evade ora dal nido della memoria un pranzo fungaiolo a Borgotaro, dove Giorgio ha casa, lo ricordo allietato da un buonissimo "Grignolino" fermo, di casa "Viarengo" se non sbaglio. Fatte le proporzioni in relazione allo standard qualitativo, per questo artista si richiederebbe un vino più vicino alla vetta nella scala dei valori. E ne avrebbe uno addirittura tautologico: il "Giorgione" di "Villa Fiorita", una griffata "barbera" elevata in carati, diversi gradini oltre il "casual" "grignolino". Ma spesso bastano pochi stracci di prassi come si deve per dissipare scontrose teoriche.

 

Lacy e il Morellino

Eccetto qualche sfumatura che ometto per irrilevanza e ovvietà, la disposizione  dei pensieri soprastanti vale per un altro grande jazzman costantemente su standard qualitativi elevatissimi: il sopranista Steve Lacy.
La cortesia di questa persona sobria, il cui aspetto, a partire dai prediletti marron, appare paradossalmente per niente dissimile da un travet, ci condurrebbe, se i nomi contano qualcosa, a Gavi. Ma fummo commensali, prima di un concerto, in terra etrusca, in una trattoria di Campiglia Marittima e un "Morellino di Scansano", fattoria "Le Pupille" risulterà scelta obbligata fra il numero striminzito di etichette, talune da.... salto nel buio. L'obbligo forse non fa felici nemmeno l'obbligante - per forza, si dice dalle mie parti, non viene nemmeno l'aceto - talvolta però, come in questo caso, si applaude volentieri l'eccezione che conferma la regola. La squisitezza del vino, pari soltanto a quella del jazzman, il candore della tavola, il posto pulito e illuminato bene - per dirla con Hemingway - conferma ogni diceria sui benefizi che una tale situazione reca all'animo. Non so se ciò fu poi concausa di una prestazione musicale strepitosa, colma di una sorta di mistero ipnotico della creazione, in coppia con Mal Waldrom in mezzo a soffi di affinità chimerica. Peccato davvero che Mal a tavola bevesse birra: troppo, troppo in contraddizione col suo pianismo di velluto.

 

Dizzy, frizzi e il Vermentino

Dizzy Gillespie, grande vecchio del jazz, risulta un "tapis roulant", una pietra d'inciampo per il luteranesimo intellettuale che abbonda in molta critica. Viene discussa non già la sua musica riconosciuta unanimemente immortale, bensì l'uomo, in una troppo disinvolta scissione. La sua concezione del mondo scansonata e libera, quel suo gusto di giocare con la vita e con l'arte a cominciare da quella sua "stramba" tromba telescopica e birichina, sorridendo assai maliziosamente cede a ogni civetteria, la più istrionica e guitta sorretta da un'inesauribile verve votata ad un "entertainement" assolutamente dada. Ciò ha scombussolato non poco certe idee ricevute circa la condizione umana dei neri d'America, i quali dovranno ritrovarsi soggiogati dal retaggio di mille angherie sofferte in schiavitù, dalla frusta alla forca, fino allo squallore quotidiano fra i più sinistri nei ghetti metropolitani. Fenomeni mitopoietici raccolti regolarmente dal blues e dal jazz, massime espressioni di quella cultura. Il dolore nel jazz è un tabù che non si tocca, come la verginità della Madonna in parrocchia, secondo la migliore cattiva coscienza dell'occidente, e una vocazione a slittare nello psicodramma.
Ma Dizzy è un meraviglioso frivolo cui si addice un vino frivolo. Affermazione desunta da un pranzo cagliaritano dove sedeva con quell'aria di "mangiamo, beviamo, cantiamo e crepi la malinconia". Non si può dimenticare il convinto e godurioso libare a gotture sensuali, in un tripudio di aragoste adolescenti, di un incantevole "Vermentino", di Cherchi se non sbaglio (ma da una certa età in poi la memoria sarà come la Patria nel Nabucco: bella e perduta). con tanto di ruttino nipiolesco e abbiocco palpebrico eupeptico, in un dormiveglia adorabilmente bambinesco.

 

Parker, Masaccio e Van Gogh

Eppure questo delizioso scapocchione è assurto già vivente alla gloria imperitura dei classici. Si sa che è stato, in una stagione difficile come l'ultimo dopoguerra, come lo sono sempre i tempi di crisi e rinnovamento, l'artefice principale del "be-bop": la rivoluzione culturale che cambierà il corso del jazz. Qui il destino pone una delle sue rinomate trappole ponendogli accanto quell'incomodo compagno di lavoro che fu Charile "Bird" Parker. Un po' forse come capità al gusto tardogotico di Masolino da Panicale col Masaccio. Parker, il più bohèmien, incarnerà l'epitome più precisa del dolore, della disperazione dell'uomo nero disprezzato ed emarginato, dell'artista incompreso nell'universo positivista americano, di una vita maledetta che non contraddice l'espressione della bellezza, latore di una genialità venata di follie: alla Van Gogh per capirci. Le follie di Parker giunsero a invadere anche il campo manducatorio e bibente con un tale disordine da non fornire alcun riferimento utilizzabile per un'ipotesi combinatoria. Dagli spasimi delle idee lo specchio delle brame rimanda l'immagine del più assetato del reame; ma tracanna sventatamente di tutto. Quantità industriali, e micidiali, di superalcolici, una volta perfino della tintura di iodio: chi afferma per sbaglio, chi nel tentativo di diluire una crisi d'astinenza.
Ma nel 1949 se ne venne in tournée nella vecchia Europa. A Parigi, sui ponti della Senna e sui cornicioni della Madeleine, al Bois e agli Champs, e soprattutto alla "salle Pleyer", quasi in pellegrinaggio presso "La leggenda del santo bevitore", s'invaghì del vino francese, folleggiandovi attorno. Se ne può dedurre che la sua  musica può venir meglio gradita se un vino francese carezza le papille gustative; ma che sia grande, grandissimo come la sua arte: Bird volava a quote inusitate ai bipedi.

 

Virmiglio for Duke

In un riaffiorare oftalmico, attraverso il diaframma violetto della nostalgia, Duke Ellington appare un bel vecchio dal viso d'adolescente sensualmente distratto. Questo "uomo dai mille suoni in cui suono è riconoscibile fra mille" non si è negato a nessuna cima raggiungibile con un'orchestra jazz, perciò non gli sono state lesinate le più osannanti aggettivazioni. Ci si è spinti fino a paragoni molto illustri quali Debussy e Ravel onde rafforzarne vieppiù l'immagine. Lodevole ma, si deve obiettare, la dignità compositrice appare per le meno analoga e che si ascolti col medesimo trasporto tanto l'"Apres midi de un faune" e il "Bolero" quanto "In a sentimentale mood". E dunque non si negherà a nessuna meraviglia enoica, ai "cru" più maliziosi - per bere i quali un comune mortale dovrà accedere ad un mutuo bancario - onde armonizzare i colori pastello dell'orchestra. Ah... il Duca: sorridente d'attenzioni soffici verso il colore del suono.
C'era in lui qualcosa di caldo, magari impalpabile ma capacissime di testimoniare la ricchezza della vita. Questo uomo magico che usava la carta da musica come la tavolozza di un pittore merita coloratissimi sapori mentre scorre la sua musica. C'è chi ci ha pensato: se ami si potrà creare un vino portando in mente una "sotie".
Nasce così il "Virmiglio for Duke": vino folle! L'autore è un tipo strambo - detto con molto affetto e simpatia - di quella stramberia capace di salvare il mondo dalla pericolosità dei savi: si chiama Gino Carmignani, detto "Fuso", uomo dalla sete proporzionata alle idee: ossia senza umana misura. Il "Virmiglio for Duke", che porta con orgoglio nell'etichetta gli stessi colori rosso e blu dei vetusti, leggendari dischi della Columbia vietati ai minori di quarant'anno, viene dai poderi di "Fuso" in Cercatoia di Montecarlo di Lucca. Sembra un'orchestra di uve, un manicomio enologico di contrasti che si armonizzano. Un vino pieno di swing. Ce ne fossero di questi manicomi!
La genesi di queste traveggole, costituitesi in gregge di parole in marcia verso il suo ovile, la si rintraccia in una telefonata di un'amica: "Ho ruscolato un avvenente 'Sauvignon', se vuoi venire porta qualcosa, ma non il solito ragno (branzino a Pisa) oltretutto m'è impazzita la maionese". Si rivelerà un episodio ad hoc per i congegni di una fumisteria alquanto blasè. Corro con un disco di un pallido poeta bianco: Chet Baker. Disco che conteneva "Fine and Mellow", giacché mille esercizi suggerivano all'istinto fosse tale il "Sauvignon" scalda anime in ghiaccio, poi... dissolversi... evaporare... sparire... perdersi.

 

Armstrong  e il Barolo

Può anche, attualmente, sembrare paradossale e confuso che un sincero democratico quale si reputa il sottoscritto, confessi candidamente che sarebbe per ripristinare la monarchia. Beninteso una monarchia assoluta, molto anacronistica, molto romantica e inevitabilmente molto kitsch, alla grande maniera magari di Ludwig II di Baviera. Oggigiorno s'incontrano solo "Re" turistici e di massa, da inclusive tour e dopolavori charter, o peggio ai livelli più deprimenti e sgangherati del supermercato: il "re dei biscotti", il "re della marmellata"; mah... non cascano le braccia? E vengono coinvolti al supermercato addirittura gli scettri mitici del jazz e del vino. Si conoscono bene, ci sono stai tramandati: Louis Armstrong "Re del jazz"; il "Barolo" "il Re dei vini, il vino dei Re". Meglio disfarsi di questa convenzionalità che fornisce una similarità prêt a porter di scarsa fantasia. Non mi pare poi che il "Barolo" possano sposarsi dignitosamente con Satchmo, così effervescente , candido, ridanciano. Ascoltando un suo "Saint Louis Blues" è d'uopo far saltare subito invece un tappo di "Champagne", millesimèe è ovvio, magari "Dom Perignon": popolare (si fa per dire) almeno quanto Armstrong.
Accendi viceversa il camino - dacci anche oggi il nostro uscio spalancato da sfondare - mentre fuori, nella notte, picchia una sizza senza misericordia e scaraffa un bel "Barolo", che so... um Bartolo Mascarello... un Monfortino... Nel frattempo il rapsodico tenore di Coleman Hawkins suonerà un brano ch'è tutto un programma: "Body and Soul"; oppure il soffio di Bem Webster o perfino un Don Byas d'annata, e aspetta - beato te - a che ora farà giorno.
Per questa via, scorsi un po' di tenoristi della classicità, potremmo apprestarci alle lusinghe di quelli della classicità moderna, per così dire. Subito Dexter Gordon, l'inarrivabile Dale Turner di "Round Midnight" di Tavernier, ma scenderei dal Piemonte alla Toscana: e mentre lo splendore di un sax sdipana la colonna sonora, una bottiglia di un vino rinato come il "Chianti" si apre ad una breve vita di meteora: un ottimo "Chianti" però: "San Paolo in Rosso", fedele alla tradizione... rinnovatrice un piacevole ossimoro) come il be-bop di Dexter. Simpaticamente "Chianti" anche per la generazione successiva, dove giganteggia "Saxophone Colossus" ovvero Sonny Rollins. Dovrà risultare però un vino più innovativo, meno austero sebbene non troppo gaio possibilmente con tracce erbacee. Non c'è da percorrere troppa strada: basta trasferirci nell'attigua fattoria del "Castello di Ama". Più complicato rimediare un vino affine al gusto meno scapigliato di "Pres" Lester Young. Ossia del musicista che scarvoltò il sound del saxtenore liberandolo dall'obbligo di una rotonda opulenza per inventargli uno stile assolutamente "dry". Risultando anche parecchio storico e dinastico, lui nero, per un numero enorme di nipotini bianchi: Stan Getz, lee Konitz, Paul Desmond, figure centrali dell'estetica del "cool jazz". Accordo "These Foolish Things", capolavoro dei "Pres" - siccome i nomi non vengono mai per caso - con "Terre di Tufo" capolavoro di Teruzzi e Puthod, vino che dopotutto ha rivoluzionato la "Vernaccia". Le torri di San Gimignano come le "mille luci di New York": magnifico!

 

Proust, Orzata e il Sassicaia

Ma intanto mentre completavo un'educazione sentimentale abbastanza strabica fra letteratura e jazz (appunto: "J'ai deux amours", come la Johsephine Baker) - fra Proust e "Reminiscing in Tempo" (guarda caso) di Duke Ellington; fra la "The waste lande" di Eliot e "Night in Tunisia" - a distanza dagli anni di scuola vissuti male in mezzo a professori con l'orbace conservato in naftalina, impartitori di demenze come fondamenti basici della formazione culturale, e professoresse tronfie e stronze e astemie, talora venivo visitato dai conforti della poesia nelle ore inconvulse: in molto differenti guise, anche nella forma poeticamente un po' "autre" della bottiglia. E motivi d'incartamento s'installavano nell'extrasistole producendo momenti indimenticabili. Forse nei primi freddi giorni del '73, o l'anno dopo, viene a trovarmi l'oggi  assai compianto amico Roberto Petragli, dal nostro affetto soprannominato "Orzata" per ironia d'antitetiche predilezioni liquide: alcoolòmane, tarpinatore di felling, corto circuito. Aveva scoperto un vino "nuovo": il "Sassicaia"! Anche la mia stanza "non ha più pareti", come in un celebre refrain, abbattute dalle note del "Concierto de Aranjuez" cesellato dalla tromba di Miles Davis. Esalava nell'aria un'indicibile tensione commotiva che si spappola nell'incantesimo surreale allorchè il carceriere tappo libera, disperde i profumi dell'illustre prigioniero detenuto nella bottiglia. E perviene a un esito di catarsi.
Da allora un fantasma, un'iperbole scostumata mi ha inseguito: un concerto di Miles Davis - prima della svolta, qualcuno dice sbandata, elettrica s'intende - nelle cantine dove il "Sassicaia" prende fattezze. Un po' come successivamente accadrà con il jazz di Gianni Basso nelle cantine "Bava" a Cocconato d'Asti. Ma l'impossibilità non ha cancellato l'immaginata magia. Due afflati dissimili e distinti accomunati dalla creatività e dalla tagliente sfida alla banalità: la poesia solare e soave e lieta del vino, appena contraddetta dalla pensosa severità che ne visita la stoffa madornale, incontra la lunare poesia del jazz di Miles. Il calore di un vino che insinua dolcezza di vivere e i suoni gelidi e alteri di una tromba, perduti in lontananze dense di malinconia da evocare la solitudine ontologica dell'uomo, rasente la delicata tristezza di Giacomo Leopardi colma di una fierezza poco caritatevole al mondo.

 

Coltrane e il Tignanello

Provvidi divulgatori di beozze ottime costumano rampollare nelle citazioni assieme "Sassicaia" e "Tignanello", malgrado il contrastare degli opposti timbri del carattere. Ma c'è anche il contrastare degli opposti timbri del carattere. Ma c'è anche un'impressionante coincidenza di affinità esteriori: in primis l'acclamazione incontrastata degli intelligenti per l'originalità sperimentale, le dirompenti novità stilistiche (si parva licet), la carica sconvolgente presso i conservatori. Dietro c'è l'illustrissima casata dei Marchesi Antinori detentrice effettuale della più cospicua mitologia reminescente lontane e presenti militanze feconde nella vigna. E magari la mirabile fantasia dello specialismo follemente applicato di un'eminenza (tutt'altro che grigia) come Giacomo Tachis che dall'ombra delle cantine deflagra nella luminosità. E dietro ci sarà pure la nemesi della rivoluzione culturale della contemporanea enologia del nostro stivaluto paese.
La frustata iniziale del "Sassicaia" e il testimone passato al "Tignanello": rivoluzione formidabile allorché compresa. Nel caso contrario si è perpetrato più danni della grandine: fra strepitose esasperazioni e strilli arrivano sulle nostre tavole prodotti che sanno poco di vino e parecchio di... falegnameria. Ma ci vuole altro per cancellare i meriti. Pari pari, spiccicato, potremmo in osmosi trasferire le medesime connotazioni empiriche di protagonismo avventuroso e d'avanguardia nel jazz di John Coltrane, profeta riconosciuto e onorato dell'ultimo scossone qualitativo ed emotivo ricevuto dalla musica afroamericana. Come nel "Tignanello" attrae nel jazzman una preziosa attenzione nel rifinire i dettagli con superba tenerezza artigianale. D'altronde ogni iniziato avrà questo vino fra le... "My Favorite Things"; se non lo percepisce addirittura come... "A Love Supreme".

 

Il Principe, Cleaver e Mingus

Se si è geni in un campo, si avrà poi il diritto di ritrovarsi un po' "bête" negli altri? Domanda largamente oziosa, per la quale difatti non si esige risposta. La genialità appare un sistema di pensiero rifornitore di gran gente con facoltà di suggestioni singolari e ineguagliabili, poi fatalmente pagate, quasi un bisogno di punizione, col solito caratteraccio scostante e l'incapacità di comunicare fuori del loro specialismo. Forse per questa ragione Eldridge Cleaver affermò che "solo la genialità del jazz è capace di comunicare oltre le barriera della razza e della lingua". Prendiamola per buona; certo anche la genialità del vino del vino non scherza! Ecco due geni, due razze, due passioni molto umane: essi possono suggerire artifizi altrimenti impossibili come ascoltare un vino e sorseggiare una musica.
Ecco il Principe Alceo di Napoli Rampolla di Panzano in Chianti, dove la proprietà è una valletta dolcemente declive di zolle grosse, egregie nel confiscare il calore del sole e farlo vino, come nel verso augurale del poeta. Gratificazione dello sguardo dopo un invece faticato accesso, volutamente obliterato dall'assenza di qualsiasi freccetta indicativa della direzione: "Così l'amerihani' un vengano a rompere i 'hoglioni" spiega il Principe. Ma dando retta alle informazioni che i cortesi villici danno smanaccando - "la prende per di qui", la vada per di giù poi tronchi a sinistra" - si accederà facilmente al cospetto di questo Principe rustico, in pantaloni di fustagno, un po' inzaccherati dalla mota della vigna, e camicia a quadri, che accoglierà con ruvida mano proletaria tesa. Indubbio retaggio di una dinastia vissuta senza monocolo: capisci subito che quest'uomo ha associato il suo sangue alle sue opere. Non comunica comunque granché, rispettando il copione del burbero restìo di parole, ma non può camuffare la gioia e l'orgoglio con i quali mostra e illustra la cantina.
Ecco Charles Mingus, negro giallo da Nogales (Arizona), "beneath the underdog" secondo autodefinizione. Figura centrale, riferimento di spicco e obbligato circa un apporto di multiforme ingegno al multiforme corso dl jazz moderno, così come il Principe Alceo lo è nel suo prelibato campo. Mingus condivide col Principe lo spirito indipendente, il non conformismo nel condursi, un dissidio col proprio tempo. Artista timido e insicuro della personalità tormentata e dal carattere galleggiante tra stati collerici e momenti d'estrema dolcezza. Posso agevolmente testimoniarlo: mi beccai dei "motherfucky", tentando d'avvicinarlo anni e anni orsono, solo perché i giornalisti non sono altro che questo. Qualche tempo dopo, a "Umbria Jazz", m'invitò a salire seco sopra un pullman granlusso che, dopo un memorabile concerto in piazza, riportava i musicisti da Todi a Perugia. Ebbene, bevendo a dire il vero parecchie porcate, si diffuse in molte confidenze anche non richieste. Vallo a capire il mondo!
Ora entrambi ci hanno lasciato, entrambi saranno magari all'opra loro su committenza degli angioli: se mai è consentito all'affetto farsi retorica. Mingus da dodici rimpiantissimi anni, Alceo appena dal recente maggio. Si tratta di commemorarli come si deve e meritano. si prenda di Minsug "Epitaph", l'ultima sua opera da titolo che la conta lunghissima; per Alceo si stappi un bel "Sammarco", la sua sensibilità imbottigliata.

 

Il vino che verrà

Indipendentemente dagli esiti della vendemmia il 1991 sarà una pessima annata per i passionisti del vino d'"autore". Infatti poco prima di Alceo la medesima trista sorte, con parecchi anni d'anticipo - troppi! - sulla media normalità, tocca ad un altro di quei sublimi eretici fondamentali nel trarre la nostra enologia dal medioevo: il grande e scarognato e generoso Giacomo Bologna. Dove l'aggettivo "grande" non ha niente a che vedere con la ultraquintalesca stazza, ma viene riferito all'intraprendenza, all'estroversione, la lungimiranza, l'inventiva (trovando l'apposita coadiuvazione di Giancarlo Scaglione): prima di lui la "Barbera" appariva popolata di pregi piuttosto grevi. Ci ha lasciato mentre con la vita avrebbe ancora giocato, come sempre, offrendo la faccia al vento e la gola al vino. Gran tempra di gaudente da parer maestro a Epicuro; capillare attenzione ai piccoli e grandi piaceri dell'esistere con una sofisticata raffinatezza che contrastava con le movenze un zinzino goffe dell'obeso, ma non smentiva il franco e affabile diportarsi. E un'attenzione esemplare all'amicizia e all'ospitalità: la sua mensa, luogo d'ininterrotte godurie traboccante di rare leccornie, era sempre gremita di crapuloni di Restif de la Bretonne (chiedendo venia). Lavoratore molto singolare: nessuna pigriia sfaticata tipo romano o livornese, tutti ricci e gnagnere; gli si fiutava addosso un amore per l'oziare svagato che non lo sottraeva da un muoversi molto intenso, e tuttavia paradossalmente pervaso da orrore autentico per l'indaffararsi trafelato e l'andazzo un po' yuppie e venale di molti suoi colleghi cui il mercante la vince sul vignaiolo.
Trasmetteva poi vibrazioni pagane circa il sesso, concepito quale uno dei piaceri irrinunciabili, dunque mondato dai perfidi effetti della seriosità. Vi alludeva con distacco scanzonato o spirito di scherzosa arguzia richiamanti ironia sottile, gaia licenziosità. Conoscendo l'uomo si potrebbe perfino presumere cha la sua "Barbera" mossa, "La Monella", bandiera di casa "Braida", altro non sia se no un vezzoso diminuitivo di "mona". Poi, addirittura ha pensato di darle... un marito nel "Bricco dell'Uccellone", mostro sacro esageratamente bono delle nostre bottiglie.
Se le cose stanno così, l'abbinamento non lascia scampo, indica perentoriamente Billie Holiday giacché, si è sempre detto, nessuno come lei ha cantato le parole fame e amore. E perché una felice combustione interna la induceva a dire sempre sì, rovesciando impeccabilmente i ruoli, a trascinare gli uomini nel proprio senza badare troppo per il sottile. In analogia con la signora Scorticarazzi: che tutto il giorno fa cose da pazzi sia coi vecchi che coi ragazzi. Si, insomma, Lady Day era, detto fra noi, era.... un po' maiala... meravigliosamente maiala.
Il filo tematico, ancora percorso da compiaciute allusioni, conseguenzia lo starle a pennello anche nel vino gemello dell'"Uccellone", quel paradiso liquido chiamato "Bricco della Bigotta". "Le donne normali hanno una fica - sosteneva gustosamente Giacomo - le bottiglie ne hanno due"! E difatti ha schiaffato quattro fiche (una per simmetria) stilizzate sull'etichetta. Vedo tuttavia con la "Bigotta" il giradischi meglio occupato dal già citato tenorsax Gianni Basso: incantevole balladeur e vecchia quercia del jazz nostrale. Anche perché poi Gianni, figlio di una doviziosa landa enoica, Asti, nottambulo incallito e gomito d'alacri ingranaggi e fecondo come il suo sax, era un amico molto fraterno di Giacomo condividendone molti punti fermi. Oggi è riverente alla sua memoria: requiescat in pace, vecchio filibustiere.
Scavillando i personaggi ci si accorge che in fondo una risposta può sempre ruscolare anche per le domande più astruse benché oziose. Ci si accorge che sì, si può anche risultare "bête" ovunque quando si è reputati, per esempio, "The Genius of Modern Music"!
Un Thelonius Monk goloso, in fregola, si alza dal piano, accenna qualche passo di danza abbastanza orso, urla inesorabile e bambinesco: "Nellie! Ice cream!". Nellie, consorte, amante, infermiera, e naturalmente anche un po' vittima, posa il lavoro, il cucito, e accorre dolce, leggera, apprensiva, puntuale a sedare il capriccio. Animo lieve e sacrificale che verrà ripagato, magari nel vale la pena, da un sublime "Crepuscole whit Nellie". Quando non le intimava, perfino in piena notte, di cercargli magari una feluca da ammiraglio, avido di copricapo come era. Non è stato facile per nessuno convivere con la "bêtise" di Monk, come non è facile per un vino accompagnare un gelato. Cacciatore d'arcobaleni d'altri mondi, suonatore di note e di silenzi e di magiche irresponsabilità, tutto spigoli, dissonanze, virate improvvise, deliri e dolcezze infinte. Se non si trova un vino d'equilibrata blandizie cerchiamolo di vena litigiosa. Purché si abbia sottomano un formaggio tutto spigoli e dissonanze e qualche dolcezza recondita nel mezzo d'una vaga amarità. Tutto suggerirà un "Souternes" poiché Monk può abbinarsi solo ad un grandissimo vino. Ma se si rilutta a entrare in banca con la pistola, deleghiamo alla ragguardevole funzione il nipotino Signor "Torcolato".
Ma a chi affidare, in questo tardo punto, un messaggio che racconti il vino e il jazza nel loro "in toto" culturale fra istanze del progresso e le esigenze della tradizione? Naturalmente a una sigla fortunatissima che per trentacinque anni ha informato di sé il jazz moderno: "Jazz Messengers", condotti da Art Blakey, batterista, capo carismatico, anzi demiurgo della storica formazione. Figura affascinante e formidabile di "patriota" del jazz, musicista di un'operosità e un accanimento ormai leggendari, custode di un'operosità e un accanimento ormai leggendari, custode puntiglioso del "modern mainstream" senza esserne il Cerbero. Sotto l'ala e l'egida di Art i "Messengers" incedono verso l'avvenire evitando di arrestare il tempo artistico, evitando di trascurare la tradizione. Non riconoscono i progressi avvenuti né ammettono innovazioni se non consultano in precedenza la filologia delle radici, se non li misurano coi momenti più felicemente espressivi della strada, appunto, maestra. La ricerca artistica non si svolge in un'area protetta da un muro claustrale, ma neanche infilando nei fili della collana i paradigmi e i sofismi della frantumazione critica.
Ne sgorga una musica sipida, altamente piacevole, minuziosamente costruita per favorire la spontaneità dei solisti, energica, scintillante, "stietta", quasi naif. Musica che si ricollega in guisa di "pesce al mare" alla stiettezza, la naivité, l'espressività di un vino eccelso: il "Grosso Senese". E' questo una meravigliosa emeroteca delle effemeridi del "Chianti"; e chiede alla barrique di non cancellare bensì di conservare, impreziosite, le nobili caratteristiche di questa terra.
Nasce dai lombi di Silvio Fabiani, cantiniere gentilissimo del "Podere Palazzino". E comincia la sua avventura fra i dileggi degli indigeni di Monti in Chianti per l'inusitata potatura, atta invece a espellere dalla vite la quantità dozzinale per offrire la cittadinanza alla qualità. Quando una cura maniacale consente a quel particolare clone di uva Sangiovese, appunto "Sangiovese rosso" di germogliare e maturare e sgravare in una vigna di salottifere lindure.
Analoga fisiologia avvolge la cultura jazzistica di Max Roach, drummer di ardenti battaglie civili e irripetibile caposcuola; con la differenza che appetto ad una "perspectiva naturalis" di Blakey pone un afflato più intellettuale, pur non dimenticando il punto di partenza. Grosso modo - e nello stesso modo di propulsione indomita di una ricchezza trasmessaci dal passato, eredità luminosa di tempi mai spenti - mi pare lo stesso rapporto che corre fra il "Grosso Senese" e l'altra meraviglia rossa: "Le Pergole Torte" del grande Sergio Manetti.

 

Il barocco, il Brunello e il palo

Che bere poi sulla tremenda finezza armonica di Booker Little? Pendo dalla parte di un "Brunello di Montalcino": il meno aggressivo della collezione "Biondi-Santi". E che cosa con un pianista barocco come Keith Jarrett? Direi un vino barocco come il "Maurizio Zanella". Un "Novelli", purché non troppo da pizzeria, potrebbe umidificare il gargherozzo della gioventù mentre osanna Herbie Hancock quando mostra certe sue sinergie rock.
Il diario sentimentale di predilezioni non finisce certo qui, si potrebbe continuare per quanto è infinito il jazz, infinito il vino, infinite le notti. Ma, giunti al pagliolo, mi sovviene la storiella di quel matto che si arrampica lungo un palo, con un cartello in mano. Giunto faticosamente in cima vi scrive qualcosa e riscende. Il dottore dei matti, roso dalla curiosità, sale a sua volta faticosamente il palo per leggervi: "Fine del palo"!